Quando il cancelliere Philip Hammond delineò i piani di bilancio in autunno per la liquidazione della partecipazione del governo in Royal Bank of Scotland nel corso dei prossimi anni ci furono prevedibili alzate di ciglia di coloro che mettevano in dubbio la logica di mettere in vendita il restante 70% della banca salvata con una perdita per il contribuente.

C'è stata una reazione simile quando il precedente cancelliere, George Osborne, ha ceduto una quota del 5,4% ad agosto 2015 quando il prezzo delle azioni era a 330 penny, un prezzo a cui non ci siamo più avvicinati dopo la vendita. In effetti il prezzo delle azioni è stato pari a 150 penny a luglio 2016 subito dopo il voto sulla Brexit prima di trovare una base e rimbalzare.

La notizia di ieri, secondo la quale il cancelliere avrebbe riavviato il processo di restituzione della banca a mani private, come prevedibile, ha suscitato polemiche, ma la vendita era quasi inevitabile una volta che l'incertezza relativa al verdetto del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti è stata rimossa lo scorso mese, con l'annuncio una multa da 4 miliardi di dollari, una cifra molto più bassa di quanto ci si aspettasse.

Con la decisione di portare avanti la vendita probabilmente per provocare il solito rumore di sottofondo politico tra le parti, chi si oppone alla stessaha deve chiedersi cosa spera di ottenere insistendo sul fatto che il governo trattenga una partecipazione che difficilmente potrà restituire ai contribuenti l'investimento iniziale.

Il prezzo di carico della partecipazione del governo è di circa 502 penny, anche se il National Audit Office stima che potrebbe essere superiore a 600 penny se includessimo anche gli oneri finanziari, dato che non tiene in considerazione perdite di 65 miliardi di pound che la banca ha subito nell'ultimo decennio.

Data l'attuale dimensione della banca rispetto alle sue dimensioni dieci anni fa e la capacità della banca di generare la quantità di profitti necessari per giustificare un ritorno al prezzo di carico, è estremamente difficile se non quasi impossibile raggiungere l'obiettivo di pareggiare i conti per il contribuente. Tutto ciò pone la domanda , in un momento in cui le finanze pubbliche sono compresse, se il governo non possa fare un uso migliore dei soldi che potrebbero essere raccolti da una vendita di azioni.

La vendita di 925 milioni di azioni attraverso un collocamento, supponendo che il prezzo di vendita coincida con la chiusura della scorsa notte pari a 280 penny, rappresenterebbe una perdita di oltre 2 miliardi di sterline rispetto ad un prezzo di pareggio di 502 penny, con 2,5 miliardi di sterline restituiti al contribuente. Se il resto della quota governativa venisse venduto ad un prezzo simile, la perdita totale potrebbe arrivare a 21 miliardi di pound, una perdita considerevole in effetti rispetto ai 45 miliardi di sterline originari, ma probabilmente deve essere commisurata rispetto alla al costo economico nel caso in cui la banca fosse stata lasciata fallire.

In fin dei conti, i contribuenti e i politici di qualsiasi posizione devono chiedersi se una perdita di 2-3 miliardi di sterline su questo particolare investimento è un prezzo che vale la pena pagare per una banca più piccola e sicura e ad un sistema bancario più sicuro, con il vantaggio che i miliardi di sterline sbloccati potrebbero essere usati meglio per finanziare il sistema sanitario nazionale e altri servizi pubblici.

Fonte di tutti i grafici qui presentati: CMC Markets Piattaforma Next Generation. Performance nette al 05/06/2018

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