Il 12 giugno 2015 potrebbe rappresentare una data storica per i mercati azionari asiatici. Quel giorno l’indice cinese ha raggiunto il massimo storico di 15000 punti, segnando una strabiliante performance del 150% da novembre 2014. Secondo i dati della China Securities Depository and Clearing co. per la prima volta nella storia della Repubblica Popolare Cinese il numero di investitori attivi (90 milioni di individui) sul mercato azionario nel corso dell’anno ha superato gli iscritti al Partito Comunista Cinese (87.4 milioni di militanti). Questo boom è stato guidato principalmente dall’azione del governo cinese che ha cercato di perseguire due obiettivi: da una parte permettere alle imprese cinesi molto indebitate di racimolare capitali freschi per ridurre le esposizioni debitorie, dall’altra migliorare lo standard di vita dei cittadini spingendoli ad investire in borsa e godere del rally conseguente. Inoltre questo vero e proprio boom è stato sfruttato dal presidente Xi Jinping a fini propagandistici associandolo all’efficacia dell’azione del suo governo. Per questi motivi dopo i pesanti cali delle scorse settimane sia il governo cinese che la Banca Centrale sono intervenuti pesantemente per sostenere i corsi azionari, anche se al momento non sembra esserci una risposta positiva dal mercato. Ha iniziato il Governatore Zhou Xiaochuan abbassando il tasso d’interesse di riferimento al 4.85 % e riducendo notevolmente i requisiti di riserva per molti intermediari finanziari. Per quanto possibile sono stati ancora più aggressivi nei loro interventi il governo e le autorità di regolamentazione del mercato. Prima di tutto sono state bloccate le quotazioni di nuove società in modo da ridurre l’offerta di titoli a vantaggio delle quotazioni delle società già presenti sul mercato ed è stato permesso ai fondi pensione di investire in azioni. In questi giorni sono state bloccate le transazioni su almeno 1331 azioni, congelando 2.6 trilioni di dollari di capitalizzazione, a cui bisogna aggiungere quelle sospese per eccesso di ribasso. Al momento è impossibile operare su circa il 71% dei titoli quotati. Infine è stato permesso agli investitori individuali di utilizzare la propria casa quale garanzia per i loro conti di trading a leva, mossa molto azzardata perché potrebbe portare serie conseguenze sociali e problemi anche per le società di intermediazione finanziaria che si troverebbe con in mano degli asset molto illiquidi (molti intermediari non stanno accettando le abitazioni quale garanzia). Le stesse società di brokeraggio sono intervenute creando un fondo ad hoc del valore di circa 20 miliardi di dollari, mossa che a qualcuno ha ricordato una replica di quanto accaduto nel 1929 a Wall Street ad opera delle principali banche d’affari. Quali conseguenza possono esserci? In un articolo di qualche giorno fa l’Economist ha sottolineato come il peso del mercato azionario sull’economia del dragone sia tutto sommato limitato, considerando che la capitalizzazione delle società quotate sia pari a circa un terzo del Pil, mentre nelle economie sviluppate questo rapporto raggiunge anche il 100%. Meno del 15% dei cittadini cinesi possiede delle azioni e buona parte degli acquisti sono fatti a leva, fattore che spiegherebbe il repentino calo dei prezzi. Seppur la crescita resti sostenuta le preoccupazioni non mancano, dato che il livello di indebitamento del settore bancario è molto elevato e come molto alta è anche l'opacità dei bilanci bancari. Una crisi finanziaria in Cina avrebbe conseguenze disastrose per l'intera economia globale, soprattutto per le economie dei paesi limitrofi e dei produttori di materie prime.