Square Mile ha regnato per decenni come il principale centro finanziario europeo. L'integrazione del mercato unico negli anni '90, che includeva il "passaporto", ha consentito il libero flusso di lavoro e capitali in tutta Europa e ha accelerato l'emergere di Londra come principale centro europeo del settore bancario e finanziario

Talenti provenienti da tutto il continente si sono riversati a Londra dove, grazie alla deregolamentazione voluta dalla Thatcher, c'erano più soldi da fare che altrove in Europa.

Per fornire  dei numeri, un quarto dei ricavi annuali del settore dei servizi finanziari proviene da attività legate all'UE. Mentre l'UE è un mercato importante per molti settori del Regno Unito, l'Institute for Fiscal Studies (IFS) calcola che è particolarmente importante per i servizi finanziari, con circa il 40% delle esportazioni che vanno in Europa. Molte banche estere, in cerca di accesso ai mercati europei, hanno fatto del Regno Unito il loro quartier generale europeo. Non c'è da meravigliarsi, quindi, che alcuni dei più rumorosi critici della Brexit siano venuti dal mondo bancario.

Da quando il Regno Unito ha votato per lasciare l'UE nel 2016, le banche hanno pianificato il ritiro istituendo hub commerciali nell'UE, trasferendo il personale in altri centri finanziari europei e modificando i processi per rispondere all'ulteriore livello di burocrazia che comporta l'abbandono. La preparazione è impegnativa, anche perché i termini dell'uscita del Regno Unito rimangono incerti.

Tuttavia, con la presentazione dell'accordo di ritiro di Theresa May abbiamo almeno una visione realistica di cosa potrebbe essere la Brexit. I termini di accordo ci consentono di restringere l'impatto sull'industria bancaria a tre possibili scenari:  un accordo di uscita secondo quanto concordato da Theresa May; un no-deal Brexit; il remain (molto probabilmente a seguito di un referendum in cui l'accordo di Theresa May e/o la mancanza di accordi sono messi in contrasto con il rimanere nell'UE).

L’accordo di Theresa May

L'accordo raggiunto da Theresa May comporta un periodo di transizione prolungato, che significa non incorrere in alcun catastrofico salto nel vuoto per almeno 21 mesi. Oltre a ciò, c'è poco da fare per i banchieri. Il Regno Unito sperava di negoziare un suo accordo proprio e  unico sui servizi finanziari, ma secondo i termini dell'accordo, il Regno Unito sarà trattato come qualsiasi altro paese al di fuori dell'UE. Dopo la Brexit non ci saranno "passaporti" che consentiranno ai banchieri e ai professionisti dei servizi finanziari di operare liberamente in tutto il continente. Invece il Regno Unito farà affidamento sull' "equivalenza", una norma che stabilisce che l'accesso al mercato può essere revocato con un preavviso di 30 giorni. Va notato che l'accordo di ritiro stabilisce semplicemente i termini di uscita e costituisce il punto di partenza per qualsiasi accordo futuro. È quindi possibile che i futuri negoziati possano portare a concessioni speciali per le banche del Regno Unito. Tuttavia, questo sembra improbabile data la riluttanza di Theresa May a cedere sulle promesse chiave della Brexit, ad es. che il termina della libertà di movimento.

Secondo le previsioni del governo, l'accordo di Theresa May avrà un impatto significativo, se non addirittura catastrofico, sul settore finanziario. I rapporti pubblicati da DExEU stimano che il costo per le banche, le compagnie di assicurazione e i gestori di fondi del Regno Unito per la perdita del loro diritto automatico di fare affari nell'UE, potrebbero ammontare a poco meno di un decimo del volume annuo attuale degli affari con l'UE di 5 miliardi di pound, vale a dire circa £ 3 miliardi all'anno . Il mese scorso la Banca d'Inghilterra ha dichiarato che si aspetta che la città perda 5.000 posti di lavoro entro marzo 2019 come conseguenza della Brexit. Questa stima ipotizza un ragionevole accordo di uscita Brexit approssimativamente in linea con quello di di Theresa May.

Negli ultimi giorni alcune voci influenti nell'ambito dei servizi finanziari hanno espresso sostegno per l'accordo strappato da Theresa May. Scrivendo sul Financial Times, Norman Blackwell, presidente del Lloyds Banking Group, ha affermato che l'accordo metterà la parola fine "al danno della persistente incertezza" e, nonostante i compromessi, rispetta "l'essenza della Brexit". Anche John McFarlane, presidente di Barclays, ha espresso il proprio sostegno all'accordo, anche se va detto che ha supervisionato l'espansione dell'ufficio di Barclays a Dublino, con molti impiegati a Londra che si trasferiranno probabilmente nella capitale irlandese.

Per la maggior parte, tuttavia, il sostegno all'accordo di uscita della May, si basa più sulla paura di un no-deal che sull'approvazione per l'accordo stesso.

No Deal

A ottobre Moody's ha dichiarato che le banche del Regno Unito sono ben posizionate per resistere a un periodo di turbolenza, grazie al forte capitale e alla robusta liquidità. Le banche britanniche sopravvissute alla Brexit hanno ricevuto ulteriore credibilità dai report secondo cui tutte e sette le maggiori banche del Regno Unito hanno superato lo "stress test" della Banca d'Inghilterra. Tuttavia, la sopravvivenza è un punto debole e i dirigenti del settore bancario sono virtualmente unanimi nella loro valutazione che lasciare l'UE senza alcun accordo avrebbe un impatto catastrofico sul settore.

Senza un accordo, le banche del Regno Unito dovrebbero negoziare con l'Europa secondo le regole WTO, il che significherebbe che il Regno Unito sarebbe trattato come una "terza nazione", cioè un paese al di fuori dello Spazio Economico Europeo. L'UE ha respinto i tentativi del Regno Unito di elaborare uno speciale compromesso per l'industria dei servizi finanziari, ciò comporta che le banche con sede centrale nel Regno Unito che intendono accedere al mercato unico dovrebbero trasferirsi nel continente. A ottobre, Elke Konig, capo della principale autorità di regolamentazione bancaria dell'UE, ha dichiarato che le delocalizzazioni "letter-box" non sarebbero sufficienti e che sarebbe necessario un effettivo trasferimento di personale. Durante l'estate, un'indagine condotta da Ernst and Young su società di servizi finanziari ha rilevato che il 34% di 222 aziende hanno preso in considerazione o hanno confermato di spostare alcune delle proprie attività in Europa in seguito alla Brexit. Con una no deal Brexit possiamo ipotizzare che questa cifra aumenterebbe in modo significativo.

C'è molto di cui preoccuparsi quindi, mentre ci avviciniamo al voto dell'11 dicembre sull'accordo ottenuto da Theresa May. Se il voto non riuscisse a superare il parlamento, come sembra probabile, è difficile sapere cosa accadrà. Dato che l'ipotesi di una no-dela Brexit incombe, i parlamentari potrebbero essere tentati di turarsi il naso e votare per l'accordo, solo per evitare il caos di una Brexit disordinata. Se, dopo molteplici tentativi, Theresa May non riuscisse ancora a ottenere l'approvazione dell'accordo di ritiro dal parlamento, potrebbe essere tentata di indire un altro referendum, nel qual caso il "remain" potrebbe ancora una volta diventare possibile. In questa fase, l'unica certezza è che nessuno sa cosa sta per accadere. Per le banche è il caso di prepararsi al peggio e sperare per il meglio.

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